La prima donna laureata, Elena Lucrezia Piscopia, che si racconta, si svela, uscendo dai titoli accademici, mostrandosi nelle sue tante fragilità e raccontando le sue passioni di erudita veneta e oblata benedettina. Benedetta de Mari, con una laurea in scienze politiche e una magistrale in sociologia, a cui si aggiungono lunghi studio sulla Piscopia, ha scelto un punto di vista diverso, lontano dai conosciuti trattati storici, per raccontare la figura di una donna diventata simbolo ed esempio di emancipazione femminile in tutto il mondo.  Con “La mia Elena Lucrezia – ultimo monologo di una felice memoria” edito da Cleup, si ritrova la studiosa nell’ultimo periodo della sua vita, quando ammalata di cancro si rifugia ne 1678 nella casa padovana di famiglia, all’Odéo Corner vicino alla Basilica del Santo: “la casa vecia del bisnono”, dove sarà accudita dalla sua amica e sorella adottiva Maddalena e dalla governante Emilia che l’ha vista crescere. Luogo ideale, lontano dal rumore “nella mia quiete monastica per riposare, studiare, pensare, pregare e meditare il silenzio nel silenzio”. Sono le giornate in cui si alternano momenti di lucidità animati dai ricordi, frenati solo dalla nebbia che offusca la mente che porta l’oppio, che le viene somministrato per placare i dolori. Elena Lucrezia in prima persona racconta della infanzia nella nobile famiglia veneziana, con due genitori sui generis: la madre Zanetta di umili origini, che ha scelto di vivere con il procurator Giovan Battista Corner Piscopia, con cui mette su famiglia, senza essere sposata. La scelta della madre è di amore e coraggio, i due sentimenti che la portano a mettere al mondo 7 figli, e a vederne morire tre. Elena Lucrezia nasce in una famiglia dove la cultura, lo studio, sono valori importanti, è il padre che la incoraggia, le trova dei tutori che l’accompagneranno nella sua formazione, che fino ai 24 anni è legata alle lettere e latino storia e geografia, per poi trovare una nuova strada con lo studio della filosofia e della teologia, introdotte con professor Carlo Rinaldini dello Studio Patavino. Elena Lucrezia è una studiosa curiosa, umile, non si cura neppure delle comari di San Luca, che usavano l’espressione “xe una Piscopia” per sottolineare qualcuno che voleva sapere più degli altri, e che non esita affidarsi al rabbino di Venezia Shemuel Aboaf per imparare l’ebraico. Passa giornate nella biblioteca di famiglia, quella che aveva creato il nonno Girolamo, tra le più fornite e ricche d’Italia. Come racconta, saranno il padre ed i suoi professori, a spingerla a presentare la domanda di laurea, la prima sarà in teologia. Una richiesta considerata “sconsiderata” anche dalla libera università patavina, che però accetterà la seconda domanda per la laurea in filosofia. La scelta di discutere la tesi sarà per la studiosa veneziana travagliata, non ama i clamori, preferirebbe continuare i suoi studi in privato, senza dover dimostrare nulla, ma cede alle richieste del padre sapendo che la laurea accrescerebbe il prestigio della famiglia che sempre l’ha appoggiata. La recensione è stata pubblicata su Il Mattino di Padova (4 marzo 2020).   La prima donna laureata, Elena Lucrezia Piscopia, che si racconta, si svela, uscendo dai titoli accademici, mostrandosi nelle sue tante fragilità e raccontando le sue passioni di erudita veneta e oblata benedettina. Benedetta de Mari, con una laurea in scienze politiche e una magistrale in sociologia, a cui si aggiungono lunghi studio sulla Piscopia, ha scelto un punto di vista diverso, lontano dai conosciuti trattati storici, per raccontare la figura di una donna diventata simbolo ed esempio di emancipazione femminile in tutto il mondo.  Con “La mia Elena Lucrezia – ultimo monologo di una felice memoria” edito da Cleup, si ritrova la studiosa nell’ultimo periodo della sua vita, quando ammalata di cancro si rifugia ne 1678 nella casa padovana di famiglia, all’Odéo Corner vicino alla Basilica del Santo: “la casa vecia del bisnono”, dove sarà accudita dalla sua amica e sorella adottiva Maddalena e dalla governante Emilia che l’ha vista crescere. Luogo ideale, lontano dal rumore “nella mia quiete monastica per riposare, studiare, pensare, pregare e meditare il silenzio nel silenzio”. Sono le giornate in cui si alternano momenti di lucidità animati dai ricordi, frenati solo dalla nebbia che offusca la mente che porta l’oppio, che le viene somministrato per placare i dolori. Elena Lucrezia in prima persona racconta della infanzia nella nobile famiglia veneziana, con due genitori sui generis: la madre Zanetta di umili origini, che ha scelto di vivere con il procurator Giovan Battista Corner Piscopia, con cui mette su famiglia, senza essere sposata. La scelta della madre è di amore e coraggio, i due sentimenti che la portano a mettere al mondo 7 figli, e a vederne morire tre. Elena Lucrezia nasce in una famiglia dove la cultura, lo studio, sono valori importanti, è il padre che la incoraggia, le trova dei tutori che l’accompagneranno nella sua formazione, che fino ai 24 anni è legata alle lettere e latino storia e geografia, per poi trovare una nuova strada con lo studio della filosofia e della teologia, introdotte con professor Carlo Rinaldini dello Studio Patavino. Elena Lucrezia è una studiosa curiosa, umile, non si cura neppure delle comari di San Luca, che usavano l’espressione “xe una Piscopia” per sottolineare qualcuno che voleva sapere più degli altri, e che non esita affidarsi al rabbino di Venezia Shemuel Aboaf per imparare l’ebraico. Passa giornate nella biblioteca di famiglia, quella che aveva creato il nonno Girolamo, tra le più fornite e ricche d’Italia. Come racconta, saranno il padre ed i suoi professori, a spingerla a presentare la domanda di laurea, la prima sarà in teologia. Una richiesta considerata “sconsiderata” anche dalla libera università patavina, che però accetterà la seconda domanda per la laurea in filosofia. La scelta di discutere la tesi sarà per la studiosa veneziana travagliata, non ama i clamori, preferirebbe continuare i suoi studi in privato, senza dover dimostrare nulla, ma cede alle richieste del padre sapendo che la laurea accrescerebbe il prestigio della famiglia che sempre l’ha appoggiata. La recensione è stata pubblicata su Il Mattino di Padova (4 marzo 2020).  
La mia Elena Lucrezia, il monologo di Benedetta de Mari


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